Nel nostro giardino d’infanzia, in tempi pre-covid, eravamo soliti fare almeno una riunione pedagogica ogni due mesi. Queste riunioni le facevamo non solo per rendere partecipi i genitori sull’andamento dell’anno scolastico o dare informazioni di tipo pratico, ma per far conoscere nel dettaglio, attraverso esperienza diretta e informazioni teoriche sul nostro approccio pedagogico, la realtà che i bambini vivono durante le giornate all’asilo. Queste riunioni ci mancano tanto. Poter dipingere con i genitori, fare i quadri con la lana cardata, sperimentare insieme la biodanza e poi la possibilità di condividere con altri genitori le fatiche, le paure ma anche le gioie, aggiungevano un valore in più a tutto il nostro lavoro.
Allora abbiamo pensato a come fare perché questo modo di stare insieme non vada perduto e che, almeno in parte, venga mantenuto questo filo che unisce la scuola alle famiglie, aprendo questa possibilità anche alle persone che non frequentano la nostra struttura, ma che seguono il nostro lavoro attraverso i social o altro. Lo faremo condividendo alcuni temi pedagogici che affronteremo con le nostre famiglie durante queste riunioni. Sono informazioni fondamentali al funzionamento di una comunità educante, come vuole essere la nostra.
Una comunità educante è l’intera collettività che ruota intorno ai più giovani. Una comunità che cresce “con” loro, e non solo per loro; che educa gli adulti del domani, ma che si fa anche educare e cambiare da loro.
Buona lettura!
Maestra Dolziana (novembre 2021)

Come, prima della nascita, la natura predispone l’ambiente adatto per il corpo fisico dell’uomo, così dopo la nascita, tocca al genitore e all’educatore provvedere l’ambiente fisico più adatto. Solo questo ambiente fisico idoneo influisce sul bambino al punto da plasmare i suoi organi fisici in forme corrette.
Steiner, “Educazione del bambino e preparazione degli insegnanti”
Dal punto di vista archetipico, ma anche scientifico, la prima a formarsi è la struttura, che verrà poi riempita di vita. La vita, dapprima invisibile, si rende visibile solo quando trova una forma. Per il vegetale è un seme, per l’essere umano è una forma ereditata. Quindi c’è questa forma da riempire di qualità. Il corpo della mamma fa in modo che questo avvenga, passando nove mesi a preparare il contenitore, che sarà poi il corpo fisico del bambino, che poi verrà riempito dal contenuto, che sono gli organi che formeranno questo bambino. I genitori faranno poi la stessa cosa con gli spazi che dovranno accogliere questo bambino, la cameretta, il lettino e così via.
La stessa cosa avviene anche nel Giardino d’Infanzia. Le educatrici durante l’estate preparano la struttura che verrà riempita poi dai bambini, che dovranno trovare lo spazio, attraverso la cura e l’accoglienza e tante altre cose che avverranno, per adattarsi e trovare la forma. E quando parliamo di preparare lo spazio per accogliere i bambini parliamo anche di uno spazio dentro di noi.
Tutto questo avviene con l’aiuto di tutti. Educatori, genitori, anche gli amici mi aiutano a trovare la mia forma all’interno di questo contenitore. L’arte del sapere educare si fonda sulla conoscenza dell’importanza di queste informazioni.
Il lavoro all’asilo consiste nell’aiutarli a trovare la forma più armoniosa dello stare insieme agli altri, bisogna prima aspettare di aver finito tutti gli inserimenti, perché i bambini devono potersi appropriare dello spazio per poterlo adattare al loro essere e all’essere del gruppo e in questo vengono aiutati dalle maestre attraverso la cura dei passaggi. Cerchi di condivisione, girotondi e trenini per gli spostamenti, sono i primi strumenti che usiamo per dare la forma al gruppo. Quando facciamo il pane e ogni altra attività cantiamo sempre le stesse canzoni e ripetiamo gli stessi gesti cosi che i bambini possano ritrovarsi in un ritmo che è sempre quello.
Questo però è un lavoro lungo e non facile e soprattutto faticoso, anche per i bambini, per questo è importante che stiano bene e in salute.
Il concetto di cura non è soltanto curare il bambino quando è malato, ma si fonda su principi molto più profondi. Uno dei principi del primo settennio è per esempio il calore fisico. Noi insistiamo sempre che i bambini siano ben coperti, perché la termoregolazione del corpo in questo periodo è ancora in formazione. I bambini che sudano tanto non significa necessariamente che abbiano caldo ma semplicemente che disperdono il calore, rimanendone sguarniti, creando così problemi agli organi interni, problemi digestivi, stanchezza o al contrario ipermovimento. Pertanto il famoso detto vestirli “a cipolla” con di base una canottiera di lana leggera, è sempre funzionale.
I bambini con poca vitalità e bambini con troppa vitalità vanno aiutati attraverso un riequilibrio degli elementi. Il lavoro che il bambino nel primo settennio deve fare è imparare a padroneggiare i 4 elementi. Devono diventare i signori degli elementi ma prima devono imparare a governarli, se non ci riescono bisogna trovare il modo di aiutarli a riequilibrarli. Per esempio quando c’è troppa vitalità, tanto movimento, che non si ferma se non quando crolla logorato dalla stanchezza, non possiamo fare altro che tornare a casa a dormire. Il riposo come anche il calore e l’affetto sono fondamentali per lo sviluppo armonico del corpo fisico del bambino. Proprio per il discorso che abbiamo fatto prima. Riempire la forma di qualità. Questo è il nostro compito di adulti nei loro confronti come educatori e genitori.
Anche tenerli a casa al caldo, quando sono malati, dandogli la possibilità di riprendersi, lentamente con i loro tempi, è molto importante. Anche se oggi il ritmo mondo del lavoro ci opprime e ci incalza, non dobbiamo dimenticare che il loro fisico in formazione ha bisogno di tempo e di cure lente e amorevoli. Questo tempo va assolutamente rispettato
Perché questo avvenga è anche importante rispettare regole del vivere comune. Non per essere rigidi ma proprio perché sappiamo che la cura e la forma sono fondamentali per la crescita armoniosa, del bambino e anche della comunità che lo accoglie. Al bambino sapere e vedere che gli adulti intorno si prendono cura di lui e anche delle sue cose infonde calma e sicurezza.
La forma è uno stare che fa stare bene. Perché un bambino guidato con amore nei suoi primi passi, sia nella vita di tutti i giorni che all’asilo, verrà educato a essere un uomo sano.
Spunti di praticità quotidiana
Il bambino da 0 a 6 anni è dotato di una “mente assorbente” che gli permette di captare le impressioni percepite nel suo ambiente, proprio come una spugna che assorbe l’acqua. Assorbe senza distinguere il bene e il male.
Maria Montessori
Il fatto che ogni lunedì la mamma o il papà che accompagnano il bambino si sono occupati di preparare bene le cose che gli serviranno durante la settimana, dal bavaglino all’asciugamano, dal sacchetto del pane al grembiulino pulito e stirato. Che questo verrà tirato fuori dal sacco nanna e dato in mano alla maestra o al bimbo stesso, se non è troppo piccolo. Questi gesti creano già un rituale che li aiuta ad iniziare bene la settimana. Tutte queste cose poi il bambino le porterà sopra e le metterà al suo posticino. Dobbiamo sapere che i bambini sono naturalmente attratti dai particolari e dal compiere con esattezza determinati atti. Il rituale di mettere il bavaglino nel suo posto segnato dal nome e appendere l’asciugamano al gancio sotto al proprio bicchiere rende i bambini molto orgogliosi e non vi dico come ci rimangono male quando per esempio il loro asciugamano non ha il gancio per appenderlo. Bisogna essere consapevoli che ogni gesto che facciamo o non facciamo fa la differenza e ha delle ripercussioni sull’andamento della giornata del nostro piccolo e di tutta la comunità. Per esempio non avere il bavagliolo o l’asciugamano o il grembiulino contrassegnato col nome del proprietario fa in modo che si passi molto tempo, che potrebbe essere dedicato ai bambini, nel tentativo di capire di chi è questo o quel capo di abbigliamento, l’asciugamano senza il gancio fa sì che lo stesso cada continuamente a terra rendendo la cosa poco igienica e mettendo a disagio i bambini e le maestre. Se tutto è sempre contrassegnato per esempio si evita di perdere molto tempo nel fine settimana quando si deve consegnare la roba sporca.
Anche rispettare l’orario d’ingresso fa parte della cura del bambino e della comunità. Siccome noi non siamo rigide ci piace l’idea di lasciare i 15 minuti canonici per coloro che per un motivo o per l’altro sono in ritardo, ma dobbiamo sapere molto bene che è destabilizzante dover sempre interrompere l’armonia del gruppo per andare ad accogliere i ritardatari ed è destabilizzante anche per i bambini che arrivano in ritardo, che non hanno il tempo giusto per arrivare con calma, fare il loro disegno, salutare gli amici, magari aiutare le maestre a preparare le attività e, cosa che amano tanto, suonare la campanella del nano.
Siamo consapevoli che ognuno di noi agisce in base ai propri bisogni ma proviamo a riflettere su cosa vuol dire far funzionare un organizzazione come può essere la nostra che dovrebbe essere al servizio dei bambini.
Con affetto, maestra Dolziana
I bambini hanno bisogno di sentirsi piccoli e protetti dagli adulti con cui vivono e che si occupano di loro. Questo comporta il rischio, per i genitori, di suscitare tensioni e/o scatenare conflitti. Ma senza questa robustezza che li rende riferimenti autorevoli e credibili, i bambini sarebbero ancora più vulnerabili.
I bambini hanno bisogno di guide che li rassicurino, che si offrano come approdi sicuri in un contesto ben definito nel quale poter crescere.
L’espressione ‘limite’ implica un impedimento, una misura che non è bene oltrepassare, ma anche la soglia oltre la quale si accede a un altro ordine di realtà. Il limite può fornire preziose occasioni di apprendimento a patto che si sappia trovare un equilibrio tra prudenza e coraggio. Il limite è anche uno stimolo, una sfida alla ricerca.
I compiti, i ruoli principali che i genitori si assumono nel crescere un figlio si possono riassumere nella funzione di protezione e nella funzione di normatività: i bambini, cioè, crescono all’interno di una relazione molto significativa con chi si prende cura di loro, accudendoli, proteggendoli e dando loro dei confini e delle regole. La funzione di protezione ha a che fare con l’accudimento, l’altra funzione, quella normativa, implica la capacità di regolare, contenere e dare limiti, in modo che i bambini incontrino, a piccoli passi, il mondo della realtà.
La realtà, noi adulti lo comprendiamo bene, è fatta di limiti e regole: nessuno può pensare di vivere nel mondo reale facendo sempre quello che gli pare. I bambini hanno bisogno di essere introdotti, con l’aiuto e la presenza affettiva dei genitori, al crescere riconoscendo che la realtà e l’avere relazioni con gli altri impone dei limiti ai propri desideri. Hanno bisogno di sentire che ci sono una mamma e un papà attenti ai suoi bisogni, che lo amano, lo accudiscono ma sono anche capaci di “tenerlo”, di “fermarlo”. Imparano che esistono piccole frustrazioni e che possono sopportarle.
In assenza di limiti precisi, i bambini non impareranno ciò che è bene per loro e ciò che non lo è, chi sono e chi non sono, diventando con molta probabilità confusi e agitati.
Dunque impegnarsi a dare limiti e regole al proprio figlio è importante quanto offrirgli il cibo e l’acqua: significa sostenere la crescita affettiva del bambino, la sua capacità di affrontare la realtà e di avere relazioni con gli altri.
Il limite è il letto del fiume, li fa sentire bene, li fa sentire protetti, li fa sentire parte di un gruppo. Anche per questo molte delle nostre attività partono da un cerchio; perché il cerchio è un limite, che è flessibile perché si può entrare e uscire. Dà un senso di risposta adeguata.
Per potersi incontrare deve esserci un appuntamento. L’appuntamento è un limite affinché possa avvenire l’incontro e, attraverso il limite, i bambini hanno la percezione che stanno imparando.
Se non diamo un limite al bambino è come se lo ignorassimo. Attraverso il limite gli facciamo capire che lo vogliamo incontrare e gli facciamo capire come ci sentiamo. Bisogna sapere che il bambino che disturba, che fa i capricci, sta facendo una precisa richiesta; vuole sapere quanto è importante per noi e va valorizzato e riconosciuto.
Regole, divieti e contenimento sono importanti, ovviamente in un clima di accoglienza e rispecchiamento, per una sana crescita. Altrimenti i bambini trovano poi difficile trasformare le pulsioni in emozioni e azioni.
Sintonizzarsi col proprio bambino significa anche sentire che lui ha bisogno di confini, che li chiede. La mancanza di contenimento provoca stress nei bambini. Studi scientifici dicono proprio che producono eccessiva quantità di cortisolo (ormone dello stress) che limita la proliferazione di cellule nervose nel cervello. Li rende perciò incapaci di governare le pulsioni e di gestire le emozioni, cosa che poi in età adolescenziale può sfociare in disturbi alimentari, tossicodipendenza e incapacità di gestire i NO e le frustrazioni.
I bambini hanno profondo bisogno di sentire che le figure che li circondano avvertono ciò che sentono. Attraverso questi rispecchiamenti i piccoli apprendono a identificare stati mentali diversi e a strutturare un adeguato sistema emozionale, a regolare le pulsioni e le sensazioni, a contenere gli stati d’animo sgradevoli e a utilizzare nel miglior modo quelli piacevoli.
L’educazione deve essere basata su un accoglienza autentica ma non può prescindere dalle regole e dai limiti. Ma il limite inizia da noi stessi; perché se io non riconosco il limite non riesco neanche a trasmetterlo.
Esempi pratici
Quando parlo di limiti ai genitori mi viene sempre in mente un episodio che una delle mie insegnanti faceva quando ci parlava di questo argomento.
“C’era una bambina che in inverno ha voluto ad ogni costo mettersi un vestito estivo a maniche corte per andare all’asilo e la madre glielo ha permesso. Quel giorno nevicava e tutti gli altri bambini, ben equipaggiati per l’occasione, hanno potuto uscire per andare a giocare con la neve mentre lei non aveva potuto farlo. Quando la madre è venuta a prenderla e l’ha presa in braccio la bambina la accolta dandole uno schiaffo e dicendole che era stata cattiva a lasciarle mettere quel vestito e che per quel motivo non aveva potuto andare a giocare con la neve”.
Io non so se questo episodio sia vero o no, ma racconta molto bene il fatto che siamo noi adulti a dover decidere per le cose importanti, come per esempio vestirsi in modo adeguato, e che quella bambina con quel gesto ha voluto dire: “Tu mamma, sei cattiva perché hai lasciato che mettessi questo vestito che non è adeguato alla stagione, non sei stata capace di fermarmi e io per colpa della tua incapacità di darmi un limite sono stata costretta a stare dentro e a non poter giocare con la neve”.
Dal suo punto di visto è perfettamente corretto.
I limiti funzionano soprattutto se c’è coerenza nel porli, ecco perché è importante che entrambi i genitori siano d’accordo sulle regole importanti per la crescita dei bambini se, ad esempio, la mamma non li lascia saltare sul letto mentre il papà ogni tanto glielo consente, i bambini si sentiranno confusi e se sapranno che uno dei due adulti non crede per primo nella regola saranno meno propensi a rispettarla.
Andare a nanna per esempio è uno dei momenti in cui viene messa a dura prova la nostra capacità di dare limiti. I bambini tendono sempre a rimandare quel momento. Ancora un cartone, ancora una fiaba, aspetto papà che arrivi, ecc, ecc. Un consiglio è che il momento della nanna sia sempre accompagnato da un rituale che si ripete ogni sera per fare in modo che riconoscano il momento così da non costringere il genitore a molti richiami per ricordarlo. Un modo può essere di lavarsi prima di cena e magari indossare il pigiamino, che è già un messaggio che anticipa quello che verrà dopo, poi ci si lava i dentini e si va in camera con mamma o papà che ci leggerà o racconterà una fiaba (solo una) magari con una candelina accesa. Accompagnare i vari momenti della giornata con dei rituali aiuta a rispettare i limiti senza doversi arrabbiare, sapendo però che i bambini, che sono per natura curiosi, proveranno sempre a superarli.
Se vogliamo che i limiti che poniamo vengano rispettati, è importante che i bambini vedano che abbiamo chiaro ciò che possono e non possono fare. In questo modo si sentiranno più tranquilli e saranno anche più motivati a seguire le regole perché sapranno che non è facile farci cambiare idea.
Questo vale per tutte le situazioni, che sono troppe per elencarle tutte. Le regole però devono essere poche ma è importante che siano chiare e sensate.
Con affetto, Maestra Dolziana
Testi consigliati:
“NUOVI ADOLESCENTI, NUOVI DISAGI” di Ulisse Mariani e Rosanna Schiralli
“IL BAMBINO NASCOSTO” di Alba Marcoli
Nel nostro progetto educativo il legame tra alimentazione e pedagogia è uno dei punti fondamentali. La nostra Cooperativa ospita nei propri locali una cucina capace di preparare il pasto caldo a tutti i ragazzi della scuola e ai bambini del Giardino d’Infanzia e del nido. I piatti sono preparati quotidianamente partendo da materie prime biologiche, il più possibile del territorio circostante. I menu vengono stabiliti stagionalmente e seguono una dieta prevalentemente vegetale, con uova e latticini e come alimenti di base si prediligono i cereali.
Per quanto riguarda la fase di lavorazione, si presta particolare attenzione al fatto che tutto il valore nutritivo dell’alimento venga mantenuto e che vengano consumati cibi sia cotti che crudi. Viene attribuito molto valore all’educazione dei sensi: erbe aromatiche fresche, frutta e verdura fresca sono particolarmente adatte per esercitare il gusto e l’olfatto.
Oggi viene dato molto spazio a tutto quello che riguarda l’alimentazione nei bambini e ovunque si leggono le più disparate teorie o ideologie a riguardo. Da maestra sono spesso costretta a riscontrare che sono sempre di più i bambini con disturbi alimentari anche lievi. Bambini che non masticano, che mangiano pochissimo e solo alcune cose a discapito di altre.
Ma perché questo accade così di frequente in questa nostra epoca?
Quando i bambini sono molto selettivi con il cibo può significare che hanno poche forze digestive. Dobbiamo sapere che il cibo serve a sviluppare la forza per trasformare; attraverso l’assunzione di esso portiamo dentro il mondo esterno, che dovremo trasformare nella nostra sostanza individuale. Oggi invece c’è una grande debolezza nelle forze digestive, come nelle forze di volontà in generale. Questa cosa è generazionale perché fin da piccoli i bambini, invece di giocare e di muoversi, hanno giochi strutturati, tv o tablet. Dobbiamo diventare consapevoli che per il processo digestivo è indispensabile il calore e che il calore si sviluppa dal movimento, che purtroppo diventa sempre più carente man mano che i ragazzi crescono. In questo modo l’essere umano, che vive nella produzione del suo calore, non lo produce in quantità sufficiente per la sua salute. Quello che si dovrebbe fare, non è forzare a mangiare, ma piuttosto cercare di lavorare sulle forze interiori, attraverso la musica per esempio, l’arte, il gioco all’aria aperta, il gioco simbolico dove i bambini imitano il lavoro dei grandi e anche attraverso un ritmo di vita sano.
Per esempio, durante un seminario di formazione a cui noi maestri abbiamo partecipato tempo fa, abbiamo appurato quanto è organico alternare la parte teorica, il mangiare e poi fare una pausa, seguita da, per esempio, un’attività artistico-musicale, o anche solo una passeggiata all’aria aperta prima di iniziare di nuovo la parte teorica. Se noi avessimo iniziato subito con la teoria dopo mangiato avremmo avuto seri problemi di attenzione. Tutto ciò che porta luce e calore aiuta il sistema metabolico e il ritmo stesso porta luce e calore.
Per i bambini è lo stesso. E come possiamo noi genitori ed educatori lavorare al ritmico respiro del bambino? Già lo facciamo attraverso il gioco e il canto, ma si può avere la stessa esperienza anche quando mangiamo e assumiamo sostanze solide, perché la terra è avvolta da un manto verde che respira ritmicamente e noi esseri umani partecipiamo a questo respiro ritmico dalla mattina alla sera e in tutte le stagioni riceviamo quello che la terra ci offre. Avere noi stessi la consapevolezza che quello che riceviamo è un dono, ringraziare insieme ai bambini creando anche in questo caso dei rituali, porta quel calore che tanto aiuto dà alla digestione. Noi all’asilo diciamo questa preghiera prima di iniziare a mangiare:
Terra, tu il cibo ci hai dato, sole tu lo hai maturato, cara terra, sole amato il mio cuor vi è tanto grato!
Come si può intervenire quando un bambino non mangia o mangia pochissimo?
Un bambino che in età da materna mangia solo pappe liquide e molli e non riesce a mangiare altro, può essere aiutato solo da un intervento medico. Quando sono così piccoli, l’animico spirituale ancora in formazione, è ancora collegato con la vita prima della nascita; questo significa che è accaduto qualcosa a monte del processo nutrizionale e ciò è di competenza medica, mentre la nostra competenza è solo educativa. Quando il bambino comincia a sviluppare i denti significa che è pronto a masticare; se non lo fa, perché non riesce o perché per qualche motivo non gli viene proposto del cibo solido o lo rifiuta, si può solo chiedere aiuto ad un medico che però sia competente in nutrizione infantile.
Per noi educatori è importante sapere da dove vengono i problemi alimentari, informarsi, parlare con i genitori e cercare di capire e di comprendere, perché etimologicamente comprendere significa proprio “prendere con me”. Dobbiamo sapere che i bambini hanno una saggezza innata e vanno rispettati; se fanno il capriccio vuol dire che lì c’è qualcosa che non fluisce e sta a noi sviluppare la capacità di capire se è solo un capriccio, andare a fondo e cercarne le motivazioni. Nel momento che comprendiamo il bambino il capriccio non ha più senso. Non deve diventare uno scontro ma bisognerebbe sviluppare la sensibilità per capire quando e se insistere un po’.
Le forze che servono a digerire un alimento sono disponibili nel momento in cui quel cibo lo assaggiamo. In questo modo sollecitiamo l’organismo all’azione della digestione. Quindi, quanto più è varia l’alimentazione, tanto più differenziate sono le forze che il nostro sistema digestivo deve impiegare. In questo modo vengono stimolate tutte le funzioni dell’organismo: la forza muscolare ma anche la facoltà di pensiero, la fantasia, gli istinti, le passioni e di conseguenza le simpatie e le antipatie.
Una delle mie insegnanti di pedagogia ha detto un giorno questa frase parlando di questo argomento: “Questo nostro corpo astrale, portatore della coscienza, delle brame, delle passioni e dei desideri, si manifesta molto in questi moti di simpatia e di antipatia. Quando è in equilibrio è un cavallo che si fa dirigere dal cavaliere, altrimenti ci disarciona come un cavallo imbizzarrito”.
Un buon consiglio può essere farsi aiutare a preparare il cibo, questo può far sì che il bambino impari a conoscere i cibi che non ama. Perché quello che può non piacere, o venire a noia, viene compensato dalla conoscenza. Attraverso questa modalità comincia a nutrirsi già prima. Anche preparare i cibi con amore è di aiuto, perché nel preparare il cibo passano le nostre qualità. Tutto questo aiuta il bambino a digerire non solo in senso fisico ma anche mentale.
Riflettiamo poi sull’atmosfera che circonda il momento del pasto. A volte il disagio che i bambini manifestano durante i pasti e l’inappetenza che ne consegue, non è altro che una reazione a discorsi e discussioni che noi adulti facciamo a tavola e al clima che caratterizza il momento del pasto. L’ansia stessa che circonda un bambino inappetente può creare momenti di disagio, per questo motivo può sentirsi osservato e giudicato e chiudersi sempre di più nel suo mondo.
I bambini non vengono al mondo per realizzare le nostre aspettative. L’unica cosa che possiamo fare e favorirne la crescita armoniosa e dare esempi sani, perché loro ci osservano e ci imitano.
Chiara Guida (una delle nostre ragazze che sta svolgendo il Servizio Civile c/o la scuola) ci propone alcune domande e riflessioni di approfondimento sull’incontro. Ve le proponiamo di seguito:
Domande e risposte
È corretto quindi pensare che il bimbo con difficoltà alimentari prova delle difficoltà emotive che rigetta sul cibo?
Si è corretto. Quando parlo di atmosfera a tavola dico proprio questo. Non fare discussioni, non guardare programmi tv o telegiornali che mandano solo notizie di guerre e disastri. Questo è un aspetto. Ma anche prestare attenzione ai segnali di disagio che vengono da fuori: scuola, amici ecc..
Creare un’atmosfera distesa a tavola dà anche la possibilità ai bambini di poter tirare fuori le difficoltà che hanno incontrato durante la loro giornata. E’ un po’ come il cerchio di condivisione. Se tutti guardano la tv o litigano a chi può rivolgersi il bambino? E l’unico modo che ha per attirare l’attenzione diventa il non mangiare. I bambini sono geniali. Sanno benissimo come fare per attirare l’attenzione.
Come si può passare da un allattamento a uno svezzamento senza creare difficoltà al piccolo?
Consiglio un libro semplice che mi ha molto aiutato come madre e come maestra (“Naturalmente bimbo” Autori vari, Terranuova edizioni) perché questo è un argomento infinito. Ogni bambino è diverso da un altro. Io ho due figli e ho fatto cose diverse. L’importante è iniziare con gradualità con alimenti semplici, adatti e di buona qualità. Non bisogna avere fretta.
Come si distingue un capriccio da una reale difficoltà?
Questa è la parte più difficile. Bisogna sviluppare la sensibilità di capire quando è il caso di insistere e quando no e questo avviene solo attraverso l’esperienza e la formazione continua. All’asilo abbiamo alcuni casi di bambini che mangiano molto poco. Osserviamoli attentamente, fisicamente, durante il gioco, nella relazione con gli altri e con noi. Nella mia carriera di maestra in piccole scuole parentali che davano all’educazione alimentare moltissima importanza, ho potuto lavorare molto per sviluppare questa sensibilità. Ho incontrato molti bambini e quasi tutti sono riuscita a farli mangiare. Con alcuni però ho dovuto desistere perché avevano avuto dei veri traumi che erano affrontabili solo dal punto di vista medico, ma sono stati veramente dei casi rari.
Una cosa molto difficile da imparare è non creare dipendenza nella relazione coi bambini. E’ una cosa talmente difficile questa da spiegare che ci vorrebbe una pagina intera perché è una cosa che fa parte dell’autoeducazione.
Può esserci una maestra preferita, ma questa maestra preferita deve saper amorevolmente dire: “vai, ce la puoi fare anche se io non ci sono” e accompagnare i bambini verso l’autonomia. Sarà di grande aiuto per la sua vita di adulto. Questo dovrebbe essere anche il compito dei genitori. Qualcuno ce la fa, qualcuno un po’ meno perché per loro è più difficile essendoci il coinvolgimento emotivo.
ll “calore” di cui parli nel testo si intende sia fisico che emotivo?
Certo che sì. Nel testo parlo del calore e della luce portati dalla pratica dell’arte, della musica, del gioco libero dentro e fuori e da un ritmo sano. Anche un adeguata educazione emotiva ed affettiva è una componente fondamentale.
Noi abbiamo il compito di esercitarci ad amare anche i bambini che non ci sono tanto simpatici e che ci mettono in difficoltà (può essere il caso del cibo) proprio perché certamente ci stanno rimandando qualcosa di noi.
Cogliere questo aspetto ti può far capire che è un’opportunità aver incontrato quel bambino e cercare di capire come mai questa cosa ti risuona tanto. Non con la testa ma con il cuore, che è il punto dove c’è il calore dell’amore incondizionato, attraverso l’arte e la bellezza e ringraziando sempre per questo incontro, per questa opportunità.
Attraverso la comprensione (prendo con me) e attraverso l’osservazione, cerco di capire perché il bambino fa così, ma capire per davvero. Questa è educazione affettiva.
Nel testo parli di “forzare” il bimbo a mangiare, ovviamente si intende in modo benevolo; è corretto pensare che aiutare un bimbo a mangiare qualcosa che non ha mai provato lo aiuterà ad essere più aperto verso le nuove esperienze? Come educatrici possiamo dunque dire di essere delle facilitatrici tra il contatto con i bambini e la realtà, corretto?
Non serve forzare a mangiare ma piuttosto lavorare sulla forza di volontà. Questo in generale, non solo per quello che riguarda il cibo. Dare la possibilità ai bambini di assaggiare cibi diversi, favorisce anche lo svilupparsi di queste forze. Non forzarli, ma proporre i cibi ciclicamente senza arrendersi. Se oggi non lo mangia non è detto che fra una settimana non decida di assaggiare. Se noi al primo “no” ci arrendiamo e non proponiamo mai più quel tipo di cibo (e a volte accade) si creerà il problema. I bambini cambiano man mano che crescono e noi dobbiamo avere fiducia in loro e nelle loro capacità. Solo così si sviluppa la loro forza interiore. E’ come il gioco. Oggi non riesco ad arrampicarmi sulla scala della casetta sull’albero ma se continuo a provare prima o poi ci riesco. Con il cibo è la stessa cosa. Se osserviamo i bambini della nostra scuola vedremo che i più autonomi nella quotidianità e nel gioco, sono tendenzialmente anche quelli che fanno meno storie per mangiare.
Quale può essere un segnale allarmante di maggior difficoltà con i bambini?
Quando, per esempio, vediamo che un bimbo mangia talmente poco da non avere le forze fisiche per giocare, per relazionarsi con i suoi pari, è il momento di allarmarsi e di parlare con i genitori. Faccio un esempio: Un bimbo arrivato da noi a tre anni. Molto esile, impaurito a tal punto da sembrare sempre in balia degli eventi, tanto da avere sempre bisogno di un adulto accanto e da non riuscire a relazionarsi con gli altri bambini, a tavola non mangiava nulla o quasi se non un po’ di latte di riso o semplicemente acqua. La mamma all’inizio, riteneva che la cosa non fosse eccessivamente preoccupante, fino a qualche tempo dopo quando, avendolo portato ad una festa di compleanno di un suo compagno in cui erano invitati altri bambini dell’asilo, ha visto con i suoi stessi occhi, la sua fatica nella relazione con gli altri bambini e il fatto che, nonostante tutte le cose buonissime che c’erano, lui non avesse voluto assaggiare nulla. A quasi quattro anni il suo bambino, per la paura di assaggiare cose nuove si stava perdendo la possibilità di fare nuove esperienze anche nella sua vita di bambino. Ha chiesto aiuto a noi che le abbiamo consigliato, oltre ad una visita specialistica da un nutrizionista, anche un percorso di autoeducazione perché si è resa conto che doveva essere lei a trovare la forza di aiutarlo. Dopo un attimo di assestamento (come una regressione) in cui quel bimbo non mangiava quasi più nulla se non un po’ di latte, abbiamo notato che il suo appetito è un po’ aumentato. Anche se mangia ancora molto lentamente notiamo che nel gioco è più attivo di prima. Ha più amici, lo si vede giocare con due o tre bambini per volta cosa che una volta era impensabile. Abbiamo capito che camminare lo aiuta, che va stimolato a muoversi di più, a vestirsi da solo, a sviluppare quello che dicevamo prima: la forza di volontà. Noi e la mamma abbiamo avuto fiducia in lui e lui ce la sta facendo. A piccoli passi.
Dobbiamo avere la consapevolezza che i bambini sono dei grandi saggi e vengono da noi per insegnarci quello che ci serve imparare.
Con affetto, maestra Dolziana
Manifesto dei diritti naturali dei bambini e delle bambine:
1. Il diritto all’ozio
A vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti
2. Il diritto a sporcarsi
A giocare con la sabbia, la terra, l’erba, le foglie, l’acqua, i sassi, i rametti
3. Il diritto agli odori
A percepire il gusto degli odori per riconoscere i profumi offerti dalla natura
4. Il diritto al dialogo
Ad ascoltatore e poter prendere la parola, interloquire e dialogare
5. Il diritto all’uso delle mani
A piantare chiodi, segare e raspare legni, scartavetrare, incollare, plasmare la creta, legare corde, accendere un fuoco
6. Il diritto ad un buon inizio
A mangiare cibi sani fin dalla nascita, bere acqua pulita e respirare aria pura
7. Il diritto alla strada
A giocare in piazza liberamente, a camminare per le strade
8. Il diritto al selvaggio
A costruire un rifugio-gioco nei boschetti, ad avere canneti in cui nascondersi, alberi su cui arrampicarsi
9. Il diritto al silenzio
Ad ascoltare il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell’acqua
10. Il diritto alle sfumature
A vedere il sorgere del sole e il suo tramonto, ad ammirare, nella notte, la luna e le stelle.
Ho voluto iniziare questa pagina con i diritti del bambino riportati sul testo “La pedagogia della Lumaca” di Gianfranco Zavalloni, perché mi sembra siano veramente in tema con l’argomento di questo mese. Rileggerli mi stimola a continuare ad interrogarmi su cosa è meglio per i bambini e a capire che quello che è meglio in fondo sono le cose semplici.
Che i bambini di oggi siano sovra stimolati è indubbio. Hanno a disposizione strumenti di ogni genere, dal tablet, alla televisione e ai telefoni di ultima generazione, che vengono utilizzati per tenerli “buoni” in alcune occasioni. E loro stanno buoni, in quel momento, per poi manifestare dopo nervosismo e a volte anche disturbi del sonno.
Nel mio percorso di maestra della scuola dell’infanzia che si è occupata di bambini e bambine nella fascia di età 1/6 anni, mi sono trovata, tra le altre cose, a dover rispondere al fatto che nei nostri asili non si proponesse l’inglese, oppure che mi chiedessero come mai non insegnassimo la musica o anche: “ma quale sport posso far praticare a mio figlio dopo l’orario dell’asilo?”
Mi sono sempre molto interrogata sulla questione per poter rispondere a queste domande in modo chiaro, motivando al meglio questa nostra scelta.
Il primo punto dei diritti naturali del bambino parla infatti della possibilità di avere momenti di tempo non programmato dagli adulti. Un bambino che è stato già otto ore all’asilo ha il diritto di arrivare a casa e poter giocare o non far nulla, ha il diritto a non avere dei tempi affrettati, di non doversi confrontare con altri gruppi strutturati, e di poter passare il tempo con la mamma o il papà e magari i fratelli, semplicemente in un parco o davanti ad un gelato chiacchierando del modo in cui entrambi hanno trascorso la giornata.
Ciò non toglie che piccole attività semplici da fare insieme alla mamma come, per esempio, l’acquaticità o un laboratorio di tanto in tanto, non possano essere fatte ma è importante sapere che non bisogna affrettare i tempi è che il tempo per imparare l’inglese, la musica o fare attività sportiva in modo strutturato, arriverà magari quando andranno alle elementari. In quel momento tutte le forze del bambino, che saranno state preservate nel primo settennio, saranno pronte e attive per essere usate al momento giusto.
In questo primo settennio si dovrebbe imparare musica attraverso il ritmo del giorno, le canzoni, le filastrocche ripetute per alcuni giorni, dette sempre nello stesso periodo della giornata e i girotondi, stimolando così il ritmo interno del bambino, dandogli sicurezza e buon umore.
Come la matematica a scuola: il ritmo è la matematica dell’asilo!
Per di più, alcune ricerche sullo sviluppo cerebrale indicano che la stimolazione precoce non ha alcun impatto sull’intelligenza di un bambino sano. L’unica cosa che sembra dimostrata è che il bambino nei primi anni di vita ha maggiori probabilità di sviluppare quello che viene chiamato l’orecchio assoluto, ovvero la capacità di imparare la musica o una lingua come se fosse la lingua materna, ma tutti i programmi che ci sono e che promettono lo sviluppo del cervello del bambino non fanno altro che accelerare un processo naturale. Tuttavia questo non può accadere senza perderne in parte le proprietà.
“Proprio come un pomodoro transgenico che matura in pochi giorni raggiungendo dimensione e colore perfetti ma perdendo l’essenza del proprio sapore, un cervello che si sviluppa sotto pressione, nella fretta di saltare le tappe può perdere per strada parte della propria essenza”.
L’empatia, la capacità di aspettare, la sensazione di calma o l’amore non si possono coltivare a ritmi serrati, ma richiedono un crescita lenta e genitori pazienti che sappiano attendere che il bambini dia i migliori frutti solo nel momento in cui è pronto per farlo. Se il bambino viene stimolato quando ancora il suo sistema neurosensoriale non è sviluppato, è come se decidessimo di raccogliere una spiga di grano prima che maturi.
E’ per questo che le più importanti scoperte delle neuroscienze, in merito allo sviluppo del cervello del bambino, si soffermano su aspetti apparentemente semplici, come i benefici del cullare tra le braccia il bambini nei primi anni di vita, oppure sul ruolo dell’affettività nello sviluppo intellettivo del bambino o sull’importanza delle conversazioni tra madre e figlio, che sono le sole utili allo sviluppo della memoria e del linguaggio, riconoscendo così che, nello sviluppo cerebrale, la cosa più importante è l’essenziale.
Dobbiamo sapere che se lasciamo che il sistema neurosensoriale del bambino si sviluppi al meglio e in libertà diamo anche la possibilità agli organi interni di suonare all’unisono e di raggiungere un equilibrio perfetto.
I bisogni di noi adulti sono diversi, siamo noi a dover entrare nel mondo del bambino. Questo è faticoso perché abbiamo dimenticato cosa significa essere bambini e non abbiamo memoria del primo settennio. In questa fase dell’infanzia devono costruire il loro strumento, che è il corpo fisico, devono maturare e con una stimolazione precoce togliamo loro forze fisiche per fare questo lavoro di crescita così fondamentale. Nel primo settennio ci sono tre tappe fondamentali che sarebbe molto utile rispettare e che sono: camminare, parlare e pensare.
In questi primi sette anni di vita del bambino tutte le forze sono impegnate per la crescita. Il bambino sta creando se stesso e per sostenere questa creazione non c’è niente di meglio che un’attività semplice e creativa. E’ importante che i giochi siano poco conformati e che le attività siano semplici. Dovremmo dedicare il tempo a fare con loro pane, biscotti, succhi, marmellate, dandogli la frutta e la verdura da tagliare per preparare macedonie o minestre, anche perché attraverso il cucinare avviene ciò che deve accadere all’interno del loro sistema metabolico.
È per questo che all’asilo teniamo molto a questo aspetto così importante dei processi, come cucinare, fare il pane o la pasta fresca e che l’attività principale sia il gioco, perché il gioco ha in se un’autorità creatrice. Non il gioco strutturato con delle regole ma quello simbolico, che trasforma una pietra in un telefono o una sedia in un tagliaerba o un tavolo in una tana e, man mano che il bambino evolve nel primo settennio, si struttura sempre di più, chiedendo di fare anche giochi con regole.
Questo gioco creativo e tutto ciò che la sua anima vive, collegandosi agli elementi e facendo quindi esperienza nella terra, faranno sì che, entro la fine del settennio, abbia sviluppato un sistema neurosensoriale sano, rispecchiante, in grado poi in futuro di essere utilizzato per un pensiero libero, non già predefinito, materiale o troppo legato alla terra e già strutturato.
Perché il pensiero strutturato, soprattutto in età da asilo, è un pensiero che ha già preso una direzione, quella dell’addestramento finalizzato al lavoro.
Con affetto sempre, maestra Dolziana
Un valore da coltivare ed esercitare.
Vediamo come.
La volontà implica qualcosa che deve ancora essere fatto, qualcosa che ha a che fare col futuro, è vita nascente, germogliante.
La volontà è la modalità di vita predominante sotto i sette anni. Nel corso di questi anni si rafforza la sicurezza in noi stessi e nel mondo che ci circonda; impariamo a camminare, a parlare e consolidiamo le strategie di apprendimento e le basi che in futuro ci permetteranno di risolvere problemi e prendere decisioni.
Quando impariamo cose che non siamo ancora capaci a fare e decidiamo di affidare le redini alla volontà, i nostri movimenti diventano ritmici e scorrevoli, cresce la gioia e si moltiplicano i progressi, perché la nostra volontà è disciplinata dalla nostra coscienza. Ma senza l’aiuto del nostro inconscio non ci saremmo riusciti.
Nei bambini la coscienza si sviluppa a poco a poco, pertanto bisogna agire sulle forze inconsce della volontà. I metodi tradizionali agivano attraverso moralismo e punizioni, mentre oggi tendiamo ad argomentare con i bambini, rischiando però di perdere di vista il fatto che il bambino piccolo non ha ancora imparato a pensare e che così rischiamo solo di disorientarlo, generando una confusione che più tardi nell’adolescenza può sfociare in un insicurezza morale. Noi adulti dobbiamo sapere che le pulsioni dei bambini non sono né morali né immorali, lo diventano solo quando noi cominciamo a pensarci. Dobbiamo sapere che esistono e che noi tendiamo a trattarle secondo la nostra moralità e a indirizzarle col nostro atteggiamento e con le nostre parole.
Il bambino viene educato attraverso la sua volontà inconscia e lo strumento è la nostra personalità. Sta a noi decidere quale stile di vita è degno d’imitazione, come guidare i movimenti e quale attività proporre ai bambini, per dare loro fiducia in se stessi e che il mondo creato per loro sia essenzialmente buono.
Possiamo occuparci della sfera della volontà attraverso la sequenza e lo stato d’animo in cui accompagniamo le nostre attività quotidiane, creando ordine e rafforzando la fiducia del bambino nel mondo, perché quello che si aspetta accade per davvero.
Nel giardino d’infanzia lavoriamo affinché i bambini possano sviluppare queste forze di volontà, in modo che possano rafforzare il loro naturale istinto di sopravvivenza e protezione.
Le cure che ricevono durante i primi mesi di vita sono già di per se determinanti per la loro formazione e noi all’asilo non facciamo altro che continuare queste cure attraverso, per esempio, il contatto con la natura, la terra, l’acqua, l’aria, con le piante, i fiori e i frutti, attraverso il canto e la danza, la preparazione degli alimenti e con piccole attività svolte in modo semplice.
Manipoliamo materiali naturali caldi e profumati: stoffe colorate, lana cardata, cera d’api.
Abbiamo giochi semplici e adatti a loro, che stimolano la loro fantasia senza ingabbiarli in giochi stereotipati: Teli, travestimenti, pentolini, cortecce da grattugiare, gessetti o pietre da pestare col mortaio per fare la pappa alle bambole che dormono nelle loro cullette.
Pestiamo le noccioline e le noci con le pietre sui ceppi di legno e poi magari le usiamo per fare una torta. Facciamo il pane ogni settimana, partendo proprio dalla macinazione del grano o del farro per far sì che i bambini sperimentino il più possibile che le cose non nascono dal nulla. Prepariamo la merenda per tutti, tagliando le mele e le pere, sbucciando i mandarini spalmiamo la marmellata sul pane.
Cerchiamo di far vivere ai bambini esperienze reali in modo che vedano che le cose non avvengono per caso, che ogni cosa per vivere ha bisogno di cure amorevoli e che nulla è scontato.
I sensi del bambino sono aperti a tutto ciò che agisce su di lui dall’esterno, dall’ambiente, dal mondo degli adulti. Per questo motivo i materiali più adatti allo sviluppo dei sensi sono quelli non finiti.
Inoltre per sviluppare ed esercitare la volontà è necessario che i bambini abbiano un ritmo sano e costante perché ogni cosa se è fatta seguendo un ritmo, è meno faticosa e dà sicurezza.
Tutto quello che è ripetuto s’imprime nelle nostre abitudine e forma la personalità di ognuno di noi. Siamo consapevoli che la vita odierna rende difficile questo aspetto perché i ritmi di oggi ci portano spesso fuori da noi stessi, ma questo non prescinde dal fatto che il bambino debba avere dei ritmi sani, tra sonno, veglia e orari regolari per l’alimentazione, per poter, di conseguenza, avere una buona digestione, dato che le forze di volontà risiedono proprio nel fegato. Dobbiamo interiorizzare il fatto che il ritmo è profondamente educativo e formativo.
I Bambini che hanno un ritmo nella vita di tutti i giorni sono sereni, simpatici, fantasiosi, dimostrano una forte volontà nel gioco e nel fare le cose. Non perdono tempo a piangere per le sciocchezze non si impuntano sulle cose che non sono importanti, sono riflessivi, non sono aggressivi, sono presto consolabili, amano stare con i compagni e sono d’esempio per tutti.
Esercitare la volontà, anche per noi adulti, offre l’opportunità di sperimentare il nostro potere personale e di metterlo in pratica. Il potere personale è la possibilità di manifestare la nostra verità sempre, la coerenza tra quello che è l’intento, il pensiero, la parola, l’azione e la possibilità di mantenere la volontà di proseguire su quello che è il nostro progetto di vita creando uno spazio di luce e di amore che sia a disposizione di tutti.
Non c’è bisogno di fare cose eclatanti. Ogni volta che, per esempio, rinunciamo ad alcune piccolezze che ci danno comodità e piacere, o veniamo in contatto con piccole frustrazioni, contribuiamo al rafforzamento della volontà e questo vale anche per i bambini. Dobbiamo essere consapevoli che tutto quello che facciamo, se lo facciamo con amore, con leggerezza e lo mettiamo al servizio della luce, stiamo rinforzando la nostra volontà.
La comunicazione che ci viene chiesta è quella del silenzio, nessuno dovrebbe andare a predicare o a profetizzare perché la vera forza sta nel silenzio. L’eterno che è fatto di silenzio e pace, ed è questo che dovremo portare nelle nostre vite.
Fa molto di più quello che si fa che quello che si dice.
I bambini non ascoltano le nostre parole ma osservano come ci comportiamo e dobbiamo essere coscienti del fatto che tutto quanto vive nell’ambiente, sia esso impulso o movimento, vibra nell’essere del bambino. Il bambino fiuta, da ciò che noi facciamo intorno a lui, quali pensieri stanno alla base di un gesto o di un atteggiamento, per mezzo di un unione intima con l’adulto di riferimento, sia esso genitore o educatore.
Non è con le discussioni, le spiegazioni ed i chiarimenti che si potranno coltivare le doti naturali di un bambino, bensì con le opportunità che gli verranno date di condividere le attività di adulti capaci di orientarlo nella vita. E’ attraverso le azioni che noi compiamo giornalmente in presenza del bambino che diventiamo i suoi educatori e non in virtù di quello che gli diciamo. Se il nostro agire si ispira agli ideali di bellezza, bontà e verità gli apriremo la strada che porta a questi ideali.
Se vogliamo che nel bambino si formi una buona capacità di pensiero che lo aiuti un giorno ad assolvere i suoi compiti nella scuola e nella vita, dobbiamo fare in modo di preparare la strada per favorire lo sviluppo di quegli elementi dai quali nascerà il pensiero. Questi elementi nel bambino sono di natura volitiva e strettamente connessi con l’iniziativa e l’azione. Verranno poi interiorizzati in modo immaginativo e fantastico e solo più tardi si trasformeranno in giudizi e concetti. Tenere conto del susseguirsi naturale di queste fasi evolutive porterà la formazione di un pensiero di qualità diversa da quella che deriva dalla mera comunicazione di concetti definiti. I concetti devono essere interiorizzati organicamente per essere forti e originali, altrimenti diventano solo un peso. Per questo non è consigliato l’apprendimento precoce e per questo non facciamo attività prescolastiche nel nostro asilo, così le loro forze vengono preservate, in tutta la loro importanza, per la vita futura.
Questo è il nostro dovere nei confronti del bambino:
“Gettare un raggio di luce e proseguire il nostro cammino” (M. Montessori)
“E’ un fatto splendido che, come genitori e maestri di bambini piccoli, ci sia dato d’occuparci della vita della volontà, nella quale gli esseri umani s’incontrano con gli esseri creatori” (R. Steiner)
“Sapere che devo rispetto all’autonomia e all’identità dell’educando, esige da me una pratica del tutto coerente con tale consapevolezza” (P. Freire)
Bibliografia:
La sfida della volontà, di M.Meyerlort e R. Lissau
Il cervello del bambino spiegato ai genitori, di Alvaro Bilbao
Pedagogia dell’autonomia, di Paulo Freire
Qui di seguito ci sono le domande di Chiara, una delle ragazze che sta facendo il servizio civile presso la nostra struttura.
Voglio ringraziarla perché con le sue domande mi spinge ad approfondire gli argomenti e a non smettere di interrogarmi!
Chiara – Cosa intendi per interiorizzare organicamente riferito ai concetti?
Dolziana – Intendo dire che i concetti devono crescere organicamente dentro il bambino perché possano acquistare profondità, originalità e forza di convinzione. Come ho detto, se vengono assorbiti solo mentalmente, diventano un peso per tutta la vita.
Quando parliamo di educazione esperienziale parliamo di questo. Solo sperimentando le cose le impari veramente. Possiamo parlare di apprendimento organico di un concetto, perché ti entra dentro, perché lo hai provato, accarezzato, annusato, abbracciato, assaggiato e digerito. Nel primo settennio i concetti vengono immagazzinati attraverso l’azione, nel secondo attraverso l’immaginazione e solo dopo si trasformano in giudizio e concetto.
Chiara – Il fatto che la volontà risieda nel fegato mi fa pensare molto all’alimentazione e all’importanza di mangiare più cose per assaggiare meglio la vita, facendo però una selezione di ciò che riteniamo essere più adatto a noi stessi.
Dolziana – Digerire e trasformare in sostanza propria cibi sostanziosi, differenziati e coltivati in modo sano, richiede all´organismo uno sforzo maggiore di quanto esso non faccia per verdure in scatola e per vitamine in pillole. Per questo è meglio mangiare pane integrale, cereali in chicco, legumi e verdure non ridotti in crema ma a pezzetti perché masticare è un atto di volontà come lo è anche la digestione. Per quanto riguarda il fegato ti consiglio di leggere un articolo che ho trovato e letto su internet “il fegato organo delle forze vitali” della dottoressa Marchetto Silvia che spiega molto bene come le forze di volontà risiedano in questo organo, che ha una capacità di rigenerazione che non ha eguali in tutto il nostro organismo:
“Se nel fegato vi è un blocco, in special modo nel metabolismo dei carboidrati, esso si traspone anche nella sfera della volontà: esempio ne sono alcune malattie congenite che si manifestano nella prima infanzia e sono causate da un disordine nel metabolismo dei carboidrati; i bambini con questo disturbo presentano grave epatomegalia, atrofia muscolare e paralisi. Molte forme di ritardo mentale caratterizzate da un rallentamento nei riflessi e di povertà del movimento, hanno alla base, spesso, un grave disturbo epatico.” (Dott.ssa Marchetto Silvia)
Chiara – E’ giusto pensare che la parola coscienza possa essere sostituita con giudizio? Proprio perché dici che gli atti dei bambini non sono né morali né immorali, come se i bimbi agissero in base a uno stimolo nascosto in loro stessi. Più giudizio c’è, più si è bloccati nella volontà?
Dolziana – Ho detto prima che il giudizio nel bambino si forma solo più tardi negli anni. Nel primo settennio il mondo è buono, nel secondo è bello e nel terzo è giusto. Questo già spiega di per se perché la moralità nei bambini piccoli è innata e appunto inconscia.
Nell’infanzia la coscienza si sviluppa a poco a poco e il bambino possiede una moralità di fondo; è fondamentalmente buono perché è come se vivesse in paradiso. Esiste semplicemente, non è consapevole di avere delle scelte.
Per quanto riguarda il giudizio che blocca la volontà devo dire di sì. Ogni volta che noi esprimiamo un giudizio, anche positivo, tiriamo fuori il bambino dall’attività in cui era immerso, facendo appello a qualcosa che a quell’età non ha ancora sviluppato. Se vogliamo sostenerlo bisognerebbe entrare nella sfera dell’empatia. Quando ci portano un disegno a volte ci scappa di dire “bravo” invece potremmo semplicemente dire “grazie” oppure “Wow, questo sì che è un disegno” in questo modo è come se noi ci sentissimo coinvolti in quello che ha fatto e ci fossimo calati nel suo mondo parlando con il cuore.
Chiara – Come possiamo aiutare il bambino a sviluppare la volontà davanti al fallimenti? Ho notato che ci sono dei bimbi che durante un attività si scoraggiano perché o vedono gli altri compagni più veloci e bravi o perché hanno paura di non essere capaci e ci chiedono aiuto chiedendoci di fare noi la pittura o altre attività.
Dolziana – E’ indispensabile creare attorno al bambino situazioni che facilitino l’attività che si preparano a fare sapendo che i bambini non sono tutti uguali, che alcuni ci mettono più tempo a fare le cose e che altri, vuoi per indole o perché molto stimolati, sono più veloci. Mettere bambini più grandi insieme a bambini più piccoli serve anche a stimolare le possibilità di apprendimento e sarebbe meglio se noi, maestre o genitori, disegnassimo o dipingessimo con loro e non per loro e non facessimo mai paragoni, neanche dentro di noi. Se dicono di non essere capaci possiamo sempre dire: “Tu prova e se non riesci ora ci riuscirai certamente la prossima volta, tutto quello che fai è perfetto perché è tuo” Questo infonde profonda fiducia, che è quella cosa che più dovremmo sviluppare in questa fascia di età in cui crediamo fermamente che il mondo che ci circonda è buono.
Per aiutarmi a rispondere ulteriormente a questa domanda voglio condividere con te questo bellissimo articolo scritto dalla mia cara amica Luisella Piazza:
“Cara mamma e caro papà, sii grato agli errori che fanno capolino nel tuo cuore, dai loro un posto d’onore, stai in loro compagnia, non contarti bugie, lascia che ti trapassino, che ti tolgano il sonno, solo così possiamo integrarli ed essere migliori”.
Chandra Candiani scrive a proposito dell’errore:
“Senza energia dell’errore non si procede, si resta spiaggiati. È ritrovando la possibilità di errare che si riparte, ma non si può fabbricarla, occorre lasciarla arrivare…”.
Nei miei incontri di consulenza con i genitori, benedico tutte le volte in cui riusciamo a guardare con compassione amorevole noi stessi, gli errori che commettiamo, da lì si riparte per cambiare. Lo sguardo d’amore non è solo per i figli ma è anche per le nostre debolezze, per le imperfezioni, per le mancanze.
Come facciamo a essere compassionevoli con le mancanze degli altri se non lo siamo verso le nostre?
Se sappiamo curare le nostre ferite, il nostro orizzonte si amplia, possiamo abbassare la soglia della richiesta della performance e vedere con lenti nuove i bambini che ci sono arrivati in dono.
Nel vederli però, non possiamo abbandonarli, non possiamo abdicare al nostro ruolo di guida, perché questo vuol dire essere un genitore: una guida.
Assumere questo ruolo con coraggio e non con presunzione e neppure con lassismo.
Anche gli insegnanti sono delle guide, chi si occupa dell’infanzia in diversi modi sa che il suo errore pesa più di un altro, se guardiamo le bambine e i bambini con lenti sbagliate compiamo dei grossi errori.
Quando i bambini commettono tanti errori a scuola o si comportano male, siamo portati a cercare un colpevole: “E’ così perché…” ma se invece vivessimo l’errore come parte del processo di apprendimento potremmo diventare degli alleati dell’errore stesso e dei bambini, e insieme potremmo cercare delle strategie per elaborare le informazioni e restituirle in forma di apprendimenti corretti.
Quello che ci serve come educatori più di ogni altra cosa è, per dirla con le parole di Daniela Lucangeli: “la consapevolezza professionale, coscienza di come si insegna, di come si segna in, di come si mette il segno dentro l’io.”
Con questa coscienza professionale, che non è data una volta per tutte e che va sostenuta e rinfrescata, ci possiamo avvicinare all’errore diventando alleati dei bambini e delle loro fragilità.”
Luisella Piazza, Consulente Pedagogica
www.germogliluminosi.it
Con affetto, maestra Dolziana
Il neonato umano è un portento della natura. Dormendo una media di diciotto ore al giorno è in grado di far sì che i suoi genitori ne dormano a malapena tre o quattro.
CARLES CAPDEVILA: Giornalista, attore e scrittore spagnolo. Ha messo in scena spettacoli molto divertenti, affrontando il tema dell’educazione in modo leggero e umoristico.
Quante volte, durante i colloqui con le famiglie, ci siamo trovate davanti a genitori preoccupati perché non riescono a mettere a letto il loro bambino ad un orario adatto alla loro età?
Andare a nanna, lo sappiamo benissimo, è uno dei momenti in cui viene messa più a dura prova la nostra pazienza. I bambini tendono sempre a rimandare quel momento (ancora un cartone, ancora una fiaba, aspetto papà che arrivi, ecc.). Noi siamo stanchi, non vediamo l’ora di stenderci sul divano e rilassarci insieme al nostro compagno o compagna ma, di contro, ci sentiamo in colpa perché abbiamo dovuto lasciare il bambino tutto il giorno all’asilo o dai nonni e allora vogliamo sopperire a questa mancanza stando con loro il più a lungo possibile, creando così un circolo vizioso da cui è difficile uscire.
Ci sono alcune cose da sapere per quanto riguarda il sonno dei bambini, che sono molto importanti e ci faranno, spero, capire quanto sia fondamentale questo aspetto, al punto da farci superare i sensi di colpa per averli lasciati, sapendo che, interiorizzando questi concetti, facciamo loro del bene che si rifletterà nella loro crescita futura e nella loro vita di adulti.
Per l’essere umano, ma soprattutto per i bambini, è molto importante il ritmo veglia e sonno. Dobbiamo sapere che se siamo svegli siamo fuori da noi nel mondo, quando invece chiudiamo gli occhi siamo dentro noi stessi. Le pause sono fondamentali, specialmente nei bambini nel primo settennio, che non hanno ancora il corpo fisico completamente formato. Nel sonno perdiamo la coscienza e ripariamo i danni che abbiamo fatto durante il giorno; questo porta salute anche al corpo fisico ma se questo non avviene il corpo animico sovraeccitato sclera e i bambini diventano nervosi e capricciosi.
Se, in questa fase della vita, il sistema neurosensoriale viene sovraeccitato il bambino non riesce a staccarsi dal mondo e pertanto non potrà abbandonarsi al sonno. Dalla mancanza di un sano ritmo sonno veglia si possono sviluppare anche alcune patologie, ad esempio la psoriasi, che può essere proprio un sintomo del sistema neurosensoriale stressato.
Il ritmo del sonno e della veglia è un ritmo che agisce sulla sfera dell’anima. Pensiamo solo all’effetto che ha su di noi adulti. E’ meraviglioso svegliarsi al mattino freschi e riposati con un ampio respiro del corpo e nell’anima e ben disposti verso il prossimo. Poi continuiamo la nostra giornata con tutte le incombenze, vestirsi, mangiare, lavorare e portare avanti la nostra vita, per arrivare la sera stanchi e desiderosi di uscire di nuovo dai confini della coscienza limitata del nostro corpo.
Nel libro “Tutti a letto” di Alvaro Bilbao, autore anche di “Il cervello del bambino spiegato ai genitori”, dice che ogni notte, mentre dormiamo, avvengono diversi processi fisiologici importantissimi. Innanzi tutto durante il sonno il sistema immunitario raggiunge la massima funzionalità, affinché il corpo ripari i danni provocati dalle tossine, dall’ossidazione o dai virus. In secondo luogo il sonno riveste una funzione essenziale nell’apprendimento. Quando dormiamo il cervello immagazzina nella memoria a lungo termine informazioni rilevanti per la nostra sopravvivenza. Dormire è strettamente legato all’apprendimento e allo sviluppo cerebrale, importante a qualunque età ma essenziale durante tutta l’infanzia. Le funzioni cerebrali arrivano esauste alla fine della giornata e anche il nostro organismo; il sonno ci premette di sperimentare ogni mattina una sensazione di rinnovamento, freschezza e benessere per il solo fatto di aver riposato.
“Svegliandoci al mattino rientriamo in noi stessi e ci occupiamo solo di noi. Andando a dormire ci abbandoniamo, lasciando che il nostro essere si fonda ed entri negli altri. Darsi e incontrarsi, riceversi ed essere soli, è un ritmo che respira.”
Quanto più piccolo è il bambino, tanto più importante, per la sua cura corporea, è muoversi entro ritmi stabiliti. I bambini non andrebbero mai letto se non tardi e non si spengono mai. Siamo noi adulti che dobbiamo aiutarli a spegnersi, che sappiamo quando è ora di andare a letto. Non dobbiamo attendere che arrivino allo sfinimento, dobbiamo anticipare, e di tanto, questo momento. Ogni bambino in età da scuola materna dovrebbe dormire (contando il riposino pomeridiano per chi lo fa ancora) almeno 11-12 ore per essere carico e in forze. La quantità di ore diminuisce progressivamente fino alle otto ore che idealmente dovrebbe dormire un adolescente o un adulto. Quando aiutiamo i nostri bambini ad addormentarsi, loro osservano come facciamo e imparano il modo per rilassarsi e per prendere sonno da soli; in questo modo insegniamo loro a trovare la calma, la fiducia e il riposo per tutta la vita.
Un consiglio che spesso diamo alle famiglie è che il momento della nanna sia sempre accompagnato da un rituale, che si ripete ogni sera, per fare in modo che riconoscano il momento, così da non costringerci a molti richiami per ricordarlo. Un modo può essere quello di lavarsi prima di cena, che dovrebbe essere presto e possibilmente sempre alla stessa ora e magari indossare già il pigiamino, che è di per se un messaggio che anticipa quello che verrà dopo, poi ci si lava i dentini e si va in camera con mamma o papà che ci leggerà o racconterà una fiaba (solo una) magari con una candelina accesa, tendendoci la manina o carezzandoci dolcemente. Accompagnare i vari momenti della giornata con dei rituali aiuta a rispettare i limiti senza doversi arrabbiare, sapendo però che i bambini, che sono per natura curiosi, proveranno sempre a superarli. Ma se li abituiamo a un ritmo ben preciso e ripetuto, non sarà necessario ricorrere a minacce o altri metodi costrittivi.
Chi come me è nato negli anni 60 sa benissimo cosa vuol dire. Ogni bambino della mia generazione andava a dormire dopo Carosello che avveniva puntualmente alle 9.00 della sera. Al di là del fatto, più che discutibile, che si trattava di una serie di spot pubblicitari, era un’abitudine talmente assodata, che non c’era bisogno, e neanche lontanamente il desiderio, di discutere. Dopo Carosello si andava a letto e basta. Era un ritmo collettivo, di tutti i bambini Italiani.
Per quello che riguarda dormire nel letto di mamma e papà è un capitolo che potrebbe essere infinito e aprire discussioni interminabili. Io ho due figli. Il primo ha dormito con noi per metà della notte fino ai quattro anni. La seconda a 6 mesi dormiva nel suo lettino, nella sua camera, con suo fratello. Ogni bambino è diverso da un altro e anche le situazioni e i periodi storici. Pertanto non aprirò una discussione su questo argomento se non per ricordare di non annullarsi totalmente per amore dei nostri figli ma di pensare anche a noi stessi e alla coppia perché, è scientificamente provato che due genitori felici sono gli educatori migliori del mondo.
Una delle cose più importanti che noi adulti dovremmo coltivare per i nostri figli e per noi stessi, è la presenza. Ma non intesa solo come presenza fisica. Se noi siamo presenti a noi stessi e facciamo in modo che le cose siano sempre pronte al momento giusto, daremo sicurezza ai nostri piccoli che potranno così abbandonarsi serenamente al sonno.
L’incontro con il nostro bambino amplifica i sensi, risveglia un sentire antico, selvatico, e ri-scoprirlo è una possibilità che ci viene data e che dovremmo davvero cogliere. Il suo arrivo ci obbliga a rallentare e anche se può sembrare faticoso stare dentro quel tempo lento, dovremmo proprio imparare a farlo, perché è in quel tempo senza tempo che scorre la vita vera.
“Coltivare la presenza”, di Francesca Vacca.
Ed ecco come sempre la mia amica Chiara, con le sue domande che ci portano ad approfondire l’argomento:
Chiara – L’alimentazione serale quanto è importante? Ci solo alimenti che non si dovrebbero dare prima della nanna?
La classica tazza di latte con i biscotti è corretta?
Dolziana – La cena in teoria dovrebbe essere leggera, a base di verdure e carboidrati che tendenzialmente conciliano il sonno. Sarebbe meglio evitare gli zuccheri e anche i latticini non sono di facile digestione e lo sappiamo bene, anche se a volte facciamo finta di dimenticarlo, che più si mangiano cibi pesanti più si fa fatica a dormire. Se è così per noi adulti figuriamoci quanto può esserlo per i bambini.
Chiara – Quali attività non si devono fare la sera?
Ad esempio guardare un cartone e poi andare a nanna va bene o meglio una favola?
Dolziana – Non è che un cartone la sera faccia veramente male, ma vuoi mettere quanto è più rilassante una fiaba raccontata o letta con la candelina accesa e mamma che ti accarezza la manina mentre te la legge. Un cartone poi tira sempre un altro cartone. Perché creare un contesto per un conflitto o una discussione quando se ne può fare a meno? Prima di cena invece, mentre mamma o papà preparano da mangiare, potrebbe essere il momento giusto per vedere un piccolo cartone scelto con cura da noi adulti. Potremmo qualche volta coinvolgere i bimbi nei preparativi, magari tagliando le verdure e il pane, apparecchiando la tavola in modo carino per tutta la famiglia, con dei fiori come centrotavola educandoli così alla cura e all’attenzione verso gli altri e coltivando il gusto per le cose belle. Andrebbero a dormire con la bella sensazione di essere stati di aiuto, riconoscendo la loro importanza all’interno del nucleo familiare.
Chiara – Mi pongo ancora una domanda, l’ambiente dove il bimbo dorme deve essere rilassante. Avere tanti peluche comporta molte distrazioni o se sono bimbi con paure del buio possono aiutare?
Dolziana – Più giochi hanno e più il sistema neurosensoriale viene stimolato. Se l’ambiente dove dorme il bambino è ordinato, pulito, con colori tenui e pochi giochi scelti con cura il bambino dormirà più tranquillamente. Il pupazzetto preferito per dormire è bello che ci sia, ma sarebbe meglio fosse solo uno e potrebbe anche non essere un pupazzo. Delia, una bambina a cui ho fatto da baby sitter anni fa aveva fatto di una maglia della sua mamma il suo peluche preferito per dormire. La sua mamma, mia amica ancora oggi, mi ha detto che ne ha ancora un pezzo da qualche parte. Delia ha 22 anni.
Chiara – Le paure notturne, tipo il buio o la solitudine possono emergere come giustificazioni per dormire con i genitori e ottenere attenzioni?
Come si può aiutare i bimbi a non averle?
Dolziana – Le paure notturne, pavor nocturnus, sono delle alterazioni del sonno infantile che si risolvono con la crescita. Sono manifestazioni di puro terrore che angosciano molto i genitori mentre i bambini il più delle volte neanche si ricordano dell’episodio. Alvaro Bilbao ne parla molto chiaramente nel libro, citato nel testo. Le semplici paure del buio o di rimanere da solo in camera si risolvono con l’amore e con l’affetto e con la rassicurazione da parte dei genitori. Io, con mio figlio, che aveva paura che di notte arrivassero i lupi o i draghi, avevo disegnato un cartello con un segno di divieto di ingresso, con su scritto: “VIETATO L’INGRESSO AI LUPI E AI DRAGHI”. Non è stato di certo il cartello, di per se, ad averlo tranquillizzato, ma il fatto di aver prestato attenzione e aver creduto alla sua paura e ad averla accolta cercando con lui una soluzione.
Chiara – Penso anche ai genitori separati con due case differenti, immagino anche due ritmi differenti; questo può portare i piccoli a non riposare bene?
Dolziana – Idealmente sarebbe meglio che i ritmi fossero gli stessi per una questione di coerenza e per non confondere il bambino ma soprattutto per non fornirgli strumenti a cui attaccarsi per non andare a letto quando è il momento giusto per loro; come ben sappiamo i bambini hanno delle speciali antenne che captano perfettamente quando i genitori sono in disaccordo sulle questioni educative. Ci mettono costantemente alla prova per vedere dove stiamo e qui che ci viene in aiuto la presenza di cui parlo.
Ma ogni situazione è diversa da un’altra e nessuno di noi può giudicare quello che accade in una famiglia. Quello che dobbiamo interiorizzare, come educatori ma soprattutto come esseri umani, è che ognuno di noi fa del suo meglio per gestire la vita dei figli e la propria. Questo ci deve bastare, sapendo che possiamo sempre migliorare, dialogando e lavorando insieme.
Buon riposo!
Maestra Dolziana
“Il bambino impara ciò che vive”
con questa frase si apre un decalogo che una famosa casa farmaceutica aveva distribuito anni fa, che diceva così:
Se vive nel rimprovero, diverrà più intransigente
Se vive nell’ostilità, diverrà più aggressivo
Se vive nella derisione, diverrà più timido
Se vive nel rifiuto, crescerà sfiduciato
Se vive nella serenità, diverrà più equilibrato
Se vive nell’incoraggiamento, diverrà più intraprendente
Se vive nell’apprezzamento, diverrà più comprensivo
Se vive nella lealtà, diverrà più giusto
Se vive nella chiarezza, diverrà più fiducioso
Se vive nella stima, diverrà più sicuro di sé
Se vive nell’amicizia, diverrà un vero amico per il suo mondo
Ci interroghiamo spesso, come genitori ed educatori, su come aiutare i bambini e le bambine che ci vengono affidati a integrare le emozioni. I bambini, lo sappiamo, sono un fiume pieno di emozioni e tendenzialmente le esprimono abbastanza chiaramente, specialmente nei primi anni di vita quando i filtri che gli adulti creano per loro, non sono ancora stati integrati. Questi filtri possono essere favorevoli all’espressione sana delle emozioni oppure, e accade molto più spesso di quanto crediamo, bloccarle sul nascere creando a volte dei piccoli traumi che saranno poi costretti a elaborare in età adulta. L’educazione emotiva dovrebbe partire da noi adulti. Se impariamo a gestire le nostre emozioni lavorando su noi stessi, i bambini, che sono dei grandi imitatori, non potranno fare altro che imparare a loro volta.
I bambini non sono nostri, sono del mondo, noi siamo solo facilitatori in questa danza che si chiama vita.
Quando nasce un bambino i genitori sono esposti a tantissime emozioni, che sono poi quelle che li guideranno nel nutrirli e nel rispondere ai loro bisogni. Il legame che c’è tra madre e figlio è ineguagliabile. Questo legame è opera di un ormone, l’ossitocina, che il corpo secerne durante il parto e che, oltre a permettere alla donna di sopportare i dolori del parto, permette di creare questa unione unica e inimitabile. Quando la mamma e il bambino si guardano mentre lei lo nutre, quando lo accarezza cantandogli piano una ninna nanna o quando gli parla con voce dolce, il cervello di entrambi secerne continuamente ossitocina; non per niente, viene chiamato l’ormone dell’amore.
Il neonato si sente tranquillo e sicuro quando il suo cervello emotivo sa cosa sta per succedere, per questo il ritmo e la ritualità sono importanti per uno sviluppo armonico. La cura, i gesti, le cose semplici come allattarlo, vestirlo, fargli il bagnetto possono sembrare cose banali ma sono quelle cose essenziali che contribuiscono a dargli sicurezza, perché sono cose fondamentali per la sua sopravvivenza. Come maestra nella fascia d’età 3/6 anni ho potuto sperimentare che i bambini che hanno un regolare ritmo nella vita di tutti i giorni sono sereni, simpatici, fantasiosi, hanno voglia di giocare e di fare le cose. Non perdono tempo a piangere per le sciocchezze, non si impuntano sulle cose che non sono importanti, sono riflessivi, non sono aggressivi, sono presto consolabili, stanno bene con gli altri e sono d’esempio per tutti.
Anche il contatto fisico è un elemento molto importante per lo sviluppo del cervello emotivo. Per questo l’educazione all’affettività è una delle basi che ogni genitore e educatore dovrebbe esercitare sempre e continuamente. Attraverso un approccio affettivo i bambini imparano a distinguere ciò che è nocivo da ciò che è sano e nutritivo, scoprendo il piacere di essere sé stessi, di sentire e di esprimere la solidarietà, la cooperazione e la fiducia negli altri, riconoscendo ed accettando diversità ed unicità come risorsa e ricchezza. Apprendono a dare limiti in modo chiaro ed assertivo e a informare l’altro delle proprie necessità e desideri. Con l’educazione affettiva viene stimolata l’espressione di tutte le emozioni. Attraverso l’espressione creativa si facilita la possibilità di trasformare in espressione sana anche le emozioni che creano conflitto (quali ad esempio l’aggressività, la frustrazione ecc.), imparando così a proteggere e ad accrescere la capacità di sentire allegria, gioia e piacere di vivere.
Il nostro organismo è un meccanismo perfetto, oltre all’ossitocina, che, come abbiamo detto, è l’ormone dell’amore, quello che crea i legami con l’ambiente esterno, produce altri ormoni che ci predispongono a gestire lo stress: c’è la minaccia e lui ci invia cortisolo e adrenalina che ci invitano a reagire o a fuggire. Ci danno la forza e la velocità necessari e dopo mezz’ora arriva un altro ormone la tetrahidropregnenolone che ci aiuta ad abbassare i livelli di ansia e stress provocati dallo spavento. Arriva per metabolizzare quegli altri due ormoni che non servono, se non in situazioni di minaccia.
Negli adolescenti, per la loro particolare formazione del cervello, il tetrahidropregnenolone ha però l’effetto contrario, aumenta la sensazione di ansia; per questo motivo gli adolescenti vivono picchi di emozioni spiacevoli e una difficoltà a regolare queste emozioni. Questa informazione è molto importante perché, come adulti, dobbiamo gestire queste emozioni senza spaventarci e senza prendere sul personale le loro reazioni, ma contenerle in modo affettivo, visto che fanno parte della loro biologia. Dobbiamo essere consapevoli che per loro è un allenamento perché si preparano ad uscire dal nido, dalla situazione protetta e devono imparare a gestire le minacce. Hanno biologicamente bisogno di questo. Perciò è importante prevenire le situazioni stressanti negli adolescenti, per esempio, non facendogli vivere esperienze di apprendimento di cui non vedono il significato. È folle costringerli, in una fase evolutiva in cui uno dei bisogni più importante è quello legato alle relazioni sociali e all’opinione che hanno di loro i propri pari, non stimolare progetti cooperativi, incentivando invece lavori individuali. Il fatto che la depressione adolescenziale salga sempre di più è dovuta proprio alla sensazione di isolamento.
È fondamentale come accompagniamo i bambini nel processo di apprendimento perché possano esprimere tutto il loro potenziale. Dobbiamo sapere, sia come genitori che come educatori, che siamo delle guide importanti che, con il nostro atteggiamento, iniettiamo emozioni piacevoli o emozioni spiacevoli. In special modo durante il primo settennio di vita dei bambini dovremmo fare molta attenzione a come parliamo e a come ci muoviamo. Non dovremmo agire tramite rimproveri o generici precetti ma attraverso quello che facciamo, sapendo però che non li guidiamo solo attraverso i nostri atti ma anche con le nostre emozioni e i nostri sentimenti. Se siamo arrabbiati o tristi cambiamo la nostra vibrazione. I bambini piccoli percepiscono l’anima delle persone, non con gli occhi ma con il cuore perché sono estremamente sensibili e ricettivi, essendo ancora legati al mondo soprasensibile.
I bambini devono essere liberi di poter giocare tanto perché il gioco è la dimensione costitutiva dell’essere umano, attraverso cui sviluppa competenze emotive cognitive, relazionali e corporee. Attraverso il gioco conosci te stesso, conosci il mondo. Anche gli animali imparano le cose giocando. La dimensione ludica è proprio una funzione biologica, è uno strumento funzionale, in particolare nei primi anni di vita ma poi per tutta la vita, per mantenere attiva questa parte del cervello. I giochi devono esser semplici per fare in modo che si sviluppi la fantasia che sarà poi quella che li aiuterà a trovare il loro posto nel mondo. Il compito dell’educatore, ma anche del genitore, è quello di aiutarli a tirare fuori e riconoscere ciò che hanno dentro. È importante che imparino a regolare correttamente le emozioni negative e che sviluppino le potenzialità che favoriscono una vita significativa, piena e soddisfacente.
Per tutti questi motivi è indispensabile che educatori e genitori lavorino su di sé per essere felici e per stare bene con sé stessi. Il lavoro di un educatore è un lavoro faticoso ma lo diventa molto di più se viene fatto per obbligo e senza soddisfazione. Anche un genitore sempre stanco e insoddisfatto della sua vita non può essere d’aiuto a integrare emozioni positive. Abbiamo il dovere come adulti di riferimento di essere sinceri con noi stessi perché i bambini e le bambine ci guardano. Ci guardano con affetto e apprensione, ci scrutano e osservano tutto ciò che facciamo perché sanno che tanto della loro vita dipende da noi. Non possiamo nascondere ai loro occhi le cose che accadono, anche se a volte sono cose negative, ma dobbiamo prenderci la responsabilità e prenderci cura delle loro emozioni, dei loro sentimenti e dei loro pensieri.
Se gli adulti che circondano il bambino hanno una vita soddisfacente e felice, se amano il proprio lavoro e lo fanno con passione e con piacere non potranno che essere un esempio per loro. Un genitore che ama il suo lavoro e la sua vita, potrebbe avere meno tempo di altri da trascorrere con i suoi bambini, ma quel tempo sarà di qualità e ricco di emozioni positive.
L’educazione sarà quella che aiuterà l’essere umano a trovare la sua vera natura. Ogni essere umano anela inconsciamente a cercare la libertà e l’amore per il libero arbitrio. A nessuno piace odiare e fare del male, perché vorrebbe dire essere malati nell’anima. Per amare gli altri, bisogna però amare prima di tutto se stessi.
Le emozioni sono innanzitutto dei segnali esistenziali che ci indicano la rotta giusta e quell’energia che ci mette in movimento verso di essa.
Paolo Mai (esperto di educazione emozionale dell’accademia della Pedagogia viva)
Eccoci giunti al penultimo incontro pedagogico, arrivederci a giugno col nostro ultimo appuntamento, sul tema del “Gioco Libero”.
Con affetto, maestra Dolziana
Perché privilegiare il gioco libero, poco strutturato, sia all’interno che all’esterno?
Più il gioco si presenta vago e poco strutturato più sarà apprezzabile e più è pervaso di fantasia, più ha quella qualità preziosa per l’uomo, che è la capacità di immedesimarsi con pienezza nel proprio lavoro.
Tutto ciò che il bambino vive nel suo ambiente, lascia in lui profonde impressioni, e non solo immagini-ricordo. Il bambino infatti non imita soltanto le persone, ma anche il colori, le forme, e la qualità degli oggetti che lo circondano, e l’imitazione muove in lui sentimenti, e questi sentimenti poi sono gli stessi che si trovano implicati nella costruzione dei suoi organi interni: le impronte lasciate dalle immagini divengono un ricordo indelebile scritto nel corpo del bambino. In altre parole il corpo trattiene le esperienze dell’infanzia.
Questo è uno dei motivi per cui privilegiamo il il gioco libero e poco strutturato nel nostro giardino d’infanzia e al nido. Riteniamo sia una delle principali attività di apprendimento.
Attraverso il gioco il bambino apprende a relazionarsi con se stesso e con gli altri imparando le cose della vita. Impara a correre a saltare ad arrampicarsi a costruire e tante altre cose che troverete elencate nel corso dell’articolo, per questo il gioco simbolico è molto importante e dovrebbe essere accompagnato e incentivato, anche più di tutte le altre attività. Quando i bambini giocano all’interno della nostra struttura hanno la possibilità di usare tutto quello che hanno a disposizione; tavoli, sedie e altri oggetti di arredo per esempio, un bambino una volta ha usato un termosifone come supporto per tenere in piedi un’immaginaria bicicletta e con la tenda della finestra del nostro salone ha fatto un tetto perché quello era il suo garage. Si costruiscono case coi teli, castelli coi tavoli rovesciati, trenini con le sedie in fila che all’occorrenza si girano al contrario e diventano dei tagliaerba. Qualcuno cucina le pappe per le bambole o fa una cenetta aprendo un ristorante, con tanto di menù e servono il caffè alle maestre o preparano una vera e propria colazione per i compagni, aprono un negozio di parrucchiera con tanto di sedie e riviste a disposizione. Le maestre sono sempre presenti durante il gioco, per aiutare e dare consigli utili su come realizzare le loro idee, magari una di loro intanto prepara la merenda e sicuramente la metà dei bambini vorrà aiutarla, prendendosi così un piccolo anticipo…
Nella lettera “Troppi stimoli”, ho parlato anche del gioco libero dicendo queste parole:
Nei primi sette anni di vita del bambino tutte le forze sono impegnate per la crescita. Il bambino sta creando se stesso e per sostenere questa creazione non c’è niente di meglio che un’attività semplice e creativa. E’ importante che i giochi siano poco conformati e che le attività siano semplici. Dovremmo dedicare il tempo a fare con loro pane, biscotti, succhi, marmellate, dandogli la frutta e la verdura da tagliare per preparare macedonie o minestre, anche perché attraverso il cucinare avviene ciò che deve accadere all’interno del loro sistema metabolico.
È per questo che all’asilo teniamo molto a questo aspetto così importante dei processi, come cucinare, fare il pane o la pasta fresca e che l’attività principale sia il gioco, perché il gioco ha in se un’autorità creatrice. Non il gioco strutturato con delle regole ma quello simbolico, che trasforma una pietra in un telefono o una sedia in un tagliaerba o un tavolo in una tana e, man mano che il bambino evolve nel primo settennio, si struttura sempre di più, chiedendo di fare anche giochi con regole.
Questo gioco creativo e tutto ciò che la sua anima vive, collegandosi agli elementi e facendo quindi esperienza nella terra, faranno sì che, entro la fine del settennio, abbia sviluppato un sistema neurosensoriale sano, rispecchiante, in grado poi in futuro di essere utilizzato per un pensiero libero, non già predefinito, materiale o troppo legato alla terra e già strutturato. Perché il pensiero strutturato, soprattutto in età da asilo, è un pensiero che ha già preso una direzione, quella dell’addestramento finalizzato al lavoro.
L’individuo che avrà potuto da bambino iniziare un rapporto di fiducia con il mondo esterno, dapprima attraverso gli oggetti transizionali, in seguito attraverso il gioco ed il giocare immaginativo condiviso, troverà la dirompente spinta ad esplorare e ad approfondirsi nella vita culturale e saprà gioire del suo retaggio culturale e perpetuare “veritude e conoscenza” – Donald Winnicot
Gioco all’aperto
Se i bambini hanno la possibilità di giocare liberamente all’aria aperta con a disposizione principalmente materiali semplici e naturali avranno la possibilità di sviluppare la loro creatività. Il gioco libero in contesti poco strutturati stimola la creatività del bambino che coglie ogni occasione/oggetto/situazione ambientale per creare giochi nuovi e stimolanti. Nel gioco all’aria aperta i bambini dovrebbero avere pochissime cose a disposizione: vecchie pentole, secchielli di latta, palette, una casetta sull’albero, qualche cucinetta costruita da loro stessi con le cassette di legno e tanti alberi su cui arrampicarsi tra i quali attaccare amache, corde e altalene sulle quali i bambini possono dondolarsi e rilassarsi. Dovrebbero avere la possibilità di usare acqua e terra, erbe aromatiche e petali di fiori coi quali preparare pappe e torte bellissime.
Il gioco è un esperienza universale e appartiene alla sanità; è presente non solo nel bambino, ma anche nell’adulto in quanto rientra nell’ambito più generale della creatività e dell’esperienza culturale. Il gioco è benessere, esperienza vitale e rigenerante di sé, poiché attraverso la creatività si risolve la dicotomia tra falso Sé (parte della propria realtà schiacciata dalle aspettative ed esigenze degli altri) e vero Sé (desideri personale e bisogni autentici personali) che trovano equilibrio e adattamento favorendo il benessere psicologico. Donald Winnicot (1974)
I bambini dovrebbero poter godere di una libertà di movimento che dia loro la possibilità di osservare fermarsi e porre domande di provare e ripetere più volte senza la preoccupazione di dover fornire un risultato. Il movimento fatto giocando liberamente all’aria aperta è in assoluto il dono più benefico che possiamo offrire ai bambini per assicurare un corpo sano, una mente creativa, la stabilità emotiva e forti abilità sociali.
Qualsiasi apprendimento motorio ha lo scopo di rendere il bambino sempre più autonomo nei suoi movimenti e nelle sue possibilità di muoversi e di esprimersi. E’ importante dargli la fiducia che merita e la libertà di cui ha bisogno per sperimentare nuove idee e tentare nuovi schemi di gioco.
Quando pensiamo all’indipendenza e all’autonomia il nostro pensiero va subito all’adolescenza ma è importante che i bambini sviluppino questa potenzialità fin da piccoli. Hanno bisogno di poter allenare la loro capacità di decidere e se non diamo loro questa possibilità possono sviluppare ansia e risentimento o avversità sensoriali, diventare schizzinosi e paurosi. Dobbiamo certo proteggerli, perché si sentano al sicuro grazie ai limiti naturali stabiliti per loro ma per crescere e fiorire non possono non avere lo spazio e il tempo per giocare senza essere intralciati dai nostri timori.
L’indipendenza che diamo oggi equivale a bambini più sicuri nel lungo periodo rendendoli più capaci esperti e autosufficienti.
La scoperta di un movimento nuovo o di un gioco nato da una ricerca dentro un ambiente vario e ricco di stimoli, porta un grande appagamento nel bambino, appagamento che è grande motivazione all’apprendimento. I bambini che giocano all’aperto si sentono pervasi da una gioia autentica, un senso di fiducia e sicurezza in se stessi e una percezione intensa del gioco. La natura ci offre tantissimi stimoli sensoriali sani e proprio attraverso i sensi che noi comprendiamo noi stessi e il mondo, pertanto più li affiniamo e meglio funzioneranno in ogni occasione. Attraverso il gioco il bambino impara la percezione del proprio limite, a sviluppare la propria forza, coordinazione, resilienza e la capacità nel risolvere problemi. Coglie il tipo di gioco che è alla sua portata e decide, facendo delle prove graduali, quando si sente pronto per una nuova esperienza motoria (i grandi dovrebbero dire: fai quello che sei in grado di fare!). Stimolato dall’esempio degli altri (bambini più grandi) il bambino prova a sperimentare cose nuove e il successo gli porta un appagamento importante per la valorizzazione del suo sé.
“Il divertimento certo non è ordinato ad un fine intrinseco,
è ordinato al bene di chi si diverte,
in quanto è cosa piacevole e riposante”
Tommaso D’Aquino
Per giocare ed apprendere al meglio e migliorare il loro umore è necessario che i bambini abbiano la possibilità di osservare e di immergersi in ambienti naturali. Perché ciascun bambino in un contesto libero scopre e può sperimentare le sue forme di gioco preferite e le proprie competenze specifiche e imparare in questo modo anche a rispettare la natura che li circonda.
Raccontiamo ai bambini che gli alberi sono come le persone, che, come genitori premurosi, ci rendono possibile vivere e respirare, che i loro rami sono come le nostre braccia, le foglie i nostri capelli, e le radici i nostri piedi e che quando facciamo loro del male e come se lo facessimo a noi stessi.
Bibliografia:
Giocate all’aria aperta, Angela J. Hanscom
A piedi nudi nel verde, Albertina Oliverio e Anna Oliverio Ferraris
Il gioco nello sviluppo infantile, Paola Patruno
Ed ecco come sempre le domande che ci portano ad approfondire l’argomento.
Domande da parte di Paola, genitore
Paola – Vorrei capire meglio se l’argomento è da riferirsi strettamente alla fascia d’età 3 – 6 anni e poi se l’argomento non rischi un’interpretazione troppo lassista del gioco, da parte del genitore. Per esempio, il genitore potrebbe sentirsi sollevato dall’intervenire qualora il gioco del proprio bimbo/bimba fosse quello di saltare su oggetti fino a romperli oppure di lasciarli arrampicare ad altezze troppo pericolose o su strutture non idonee, come impalcature edili o simili (mi è capitato di vederne ed io dentro di me ho pensato: “se questo bambino cade da lì muore!!! Possibile che il genitore non se ne rende conto? Davvero è disposto a rischiare la vita di suo figlio/a pur di lasciarlo libero di fare?)
Dolziana – Si, questo articolo nasce da un lavoro sulla fascia 3/6 anni ma dovrebbe essere in questa fase che si gettano le basi per educare ad una libertà sana e nel rispetto degli altri e delle cose altrui. La libertà è sempre un’arma a doppio taglio. Ci sono talmente tante teorie sull’argomento e il naturale buon senso non viene più esercitato. Certi limiti dovrebbero essere ovvi. Se io vedo un’impalcatura davanti ad un palazzo e lascio che mio figlio ci si arrampichi sono io per prima/o a non essere rispettosa per le cose altrui. Un’impalcatura davanti ad un palazzo prevede ci siano dei cartelli che spiegano bene alcune regole antiinfortunistiche per le persone che ci lavorano e non dovrebbe assolutamente essere permesso ai bambini salire perché rischiano, oltre la loro vita, anche di mettere nei pasticci un’azienda intera. La mia libertà finisce dove comincia quella altrui.
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Paola – Tu lo dici anche ad un certo punto: “Dobbiamo certo proteggerli, perché si sentano al sicuro grazie ai limiti naturali stabiliti per loro, ma per crescere e fiorire non possono non avere lo spazio e il tempo per giocare senza essere intralciati dai nostri timori” quindi sarebbe interessante capire quali sono questi limiti naturali, perché a quanto pare anche il buon senso è diventato soggettivo oppure sostituito dalla moda educativa del “bisogna lasciarli fare” e “bisogna lasciarli liberi di decidere” assoluti (forse perché ai nostri tempi erano troppo severi etc. etc.).
Dolziana – Per limiti naturali intendo proprio quelli imposti dall’ambiente circostante. Noi a scuola siamo abituati a giocare con poche cose e i bambini si arrampicano ovunque. Quell’ovunque però sono alberi, steccati, tavoli di legno, corde etc. dove i grandi intervengono solo su richiesta del bambino e mai per facilitare l’arrampicata. La maestra o il genitore dovrebbe dire: “fai quello che sei in grado di fare”. Per imparare a scendere da un albero con le proprie forze bisogna prima imparare a salire con le proprie forze. Non sempre però si ha la possibilità di avere un bosco o un prato a disposizione e i bambini a volte devono giocare in strada o nei parchi gioco. In questo caso abbiamo il dovere di insegnar loro le regole del vivere comune e del rispetto, ma prima dovremmo averlo interiorizzato noi stessi. Io so che i bambini, se lasciati liberi di giocare in natura, imparano poi anche a gestire il loro tempo in contesti non troppo naturali. Forse dobbiamo solo aver fiducia in loro insegnando il rispetto attraverso l’esempio.
Potrei dedicare un intero articolo raccontando la mia vita di bambina nata negli anni 60. I miei nonni e i miei genitori hanno sempre avuto fiducia in noi lasciandoci libere di giocare senza mai intervenire, se non quando combinavamo qualche marachella. Siamo sopravvissute io e mia sorella, anche se, confesso, abbiamo rischiato di morire qualche volta.
Ti consiglio di leggere il libro di Angela J. Hanscom che spiega molto bene la differenza del gioco libero, in natura o in città, e di quello strutturato.
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Paola – Quindi oltre alla fascia d’età e ai limiti naturali, quello a cui un genitore deve sempre pensare quando “lascia libero di fare” è l’ambiente in cui si trova, cioè in cui si è certi che tutto ciò che è a loro disposizione è pensato / idoneo per loro, come nel caso dell’ambiente scolastico, un parco giochi, un bosco o la propria cameretta.
Dolziana – I limiti sono un argomento infinito. Ho imparato a non giudicare i genitori ma a fare il mio lavoro al meglio per sensibilizzare grandi e bambini al rispetto delle cose e degli spazi altrui. Ma c’è sempre da lavorare. L’importante è non desistere e quando vediamo un bambino, anche se non è il nostro, che rompe un gioco appartenente alla comunità, che si arrampica sull’impalcatura di un palazzo o entra in spazi non di sua proprietà scavalcando reti o recinzioni, danneggiandole, non dovremmo aver paura di intervenire, anche a costo di sembrare degli impiccioni. O almeno di segnalarlo. Per stare nell’azione e non solo nel giudizio.
Domande da parte di Chiara, educatrice
Chiara – Che differenza fa a un bambino giocare con un giocattolo di legno e uno di plastica o di metallo?
Dolziana – Nel primo settennio tutte le forze sono impegnate a crescere, io sto creando me stesso e quindi per sostenere questa creazione di me stesso non c’è niente di meglio avere giochi non conformati. I giochi di legno o di stoffa sono caldi al tatto, stimolano la fantasia dei bambini senza ingabbiarli in giochi stereotipati e senza ingannare i loro sensi ancora in fase di sviluppo. Facciamo l’esempio delle bambole di stoffa: un bambino/a gioca con la bambola perché imita la mamma e vede la bambola come il suo bambino, la veste e la sveste, il che e molto più facile con una bambola di stoffa perché si adatta ai suoi movimenti e poi, il fatto che questa abbia fattezze non definite, gli consente di scegliere se è un maschio o una femmina. Proviamo a riflettere sulle barbie per esempio, come può un bambino/a pensare che quella bambola è il suo bambino quando invece ha le fattezze di una donna?
I pentolini delle nostre cucinette poi sono in metallo perché e pur sempre un materiale naturale e può stare all’aria aperta senza deteriorarsi.
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Chiara – Hai sempre parlato di bimbi nel primo settennio, ad un certo punto i bambini smettono di richiedere il gioco libero e iniziano a richiedere un gioco strutturato? Perché? Cosa accade nella loro evoluzione per non fargli più desiderare la libertà, ma stimolano un desiderio di contenimento?
Dolziana – Non è che non desiderano più la libertà, è che la loro mente, che si sta sviluppando e sta formando sempre più il pensiero logico, li porta a stabilire loro stessi delle regole nei giochi e a fare giochi con regole come nascondino, guardie e ladri, il gioco del fazzoletto, palla prigioniera (che sono quelli che ricordo della mia infanzia degli anni 60) e altri. La libertà, i bambini non dovrebbero smettere mai di cercarla. Per il futuro dell’umanità.
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Chiara – Ho come l’idea che dare la definizione di gioco libero sia un modo per sottintendere l’assenza di regole e di individualismo nel gioco, come possiamo far comprendere ai bambini che il gioco libero ha delle regole stabilite dalla condivisione del gioco stesso come esperienza?
Dolziana – Per questa domanda ti consiglio di leggere le risposte che ho dato a Paola e ad entrambe consiglio di leggere i libri che ho citato. A te, in veste di futura educatrice, consiglio anche: “Gioco e realtà” di Donald W. Winnicott.
E con oggi abbiamo concluso i nostri 8 incontri pedagogici, speriamo di avervi dato spunti interessanti in questo anno scolastico 2021/2022 appena concluso.
Buona estate e al prossimo anno!
Maestra Dolziana